07 agosto 2016

Su due libri in apparente contraddizione: il bagaglio a mano, Barthes il collezionismo


I libri ti cercano. Si sa che non sei tu a cercare loro, ma sono loro a inseguirti, a imporsi, proprio nei momenti giusti della vita. Qualche settimana fa, sentendo parlare su Radio1 di un libro del giornalista Gabriele Romagnoli, ho deciso di leggerlo. Si intitola Solo bagaglio a mano. Parla della leggerezza, in chiave più pratica rispetto a una delle celebri Lezioni americane di Italo Calvino, ma l'essenza forse è proprio quella. Il messaggio essenziale del libro è: se ti muovi con più rapidità, per la vita sarà più difficile colpirti. E se riesci a muoverti con più rapidità, significa che sei leggero, che con te hai solo l'essenziale. Solo un bagaglio a mano, che ti permette di passare da un aeroporto all'altro, da una destinazione all'altra evitando le pastoie dell'impiccio, le complicazioni dell'inutile.

Ci vuole arte per scegliere cosa mettere nel bagaglio e per questo sono fioriti siti Internet anche molto autorevoli, prodighi di istruzioni e consigli ben precisi, nati dall'esperienza sul campo di viaggiatori scafati. Nel viaggio della vita ci portiamo dietro - o meglio, ci trasciniamo - tante cose, spesso troppe. I collezionisti lo sanno bene, e leggendo il libro di Romagnoli mi sono venuti in mente proprio loro, quelli che nell'arco di uno, due, tre o più decenni hanno finito per accumulare in casa una quantità di reperti impressionante. Non è difficile a volte pensare che certi comportamenti rasentino la patologia.

Certo, siamo lontani da alcuni celebri casi di accumulatori seriali indiscriminati, tanto per intenderci quelli muoiono sommersi da ogni sorta di cianfrusaglia, dai giornali usati, mai gettati via, a scatole, scatoloni, scarpe, migliaia di vestiti, soprammobili e ciarpame vario. Quella è la patologia dichiarata; il collezionista è potenzialmente patologico, sempre compulsivo, dalle più leggere sfumature ai casi più gravi di chi nel corso della propria esistenza ha rimediato venti o trentamila automobiline. Questi oggetti, alla lunga, non ti soddisfano. E' come una droga, ne devi comprare altri e altri ancora per continuare a placare la tua sete che cresce ogni giorno, implacabile. Se non continui collassi. Se continui collassi. E' il contrario della leggerezza e di quei concetti cari a questo libro di Romagnoli, ovviamente.


Una pesantezza che finisce per riflettersi sui comportamenti, per trasmettersi quasi per osmosi nei pensieri. Il collezionismo può essere pericoloso, e non è una battuta. Terminato avidamente Solo bagaglio a mano, la mia passione per Roland Barthes mi ha portato su un libro apparentemente del tutto diverso, scritto da un allievo del grande semiologo scomparso nel 1980, Antoine Compagnon: L'age des lettres, uscito nel 2015 in occasione del centenario della nascita di Barthes, insieme ad altre pubblicazioni simili, più o meno pertinenti. E' la storia di un'amicizia, che prende spunto dal ritrovamento, indotto dalle esigenze di una mostra tematica, di un pacco di lettere che allievo e maestro si erano scambiati negli anni settanta.
 
Inizia quindi come una specie di elogio della conservazione, della pesantezza. Quelle lettere, di cui quasi neanche l'autore si ricordava quasi più, che hanno sfidato il tempo chiuse in una scatola da scarpe, insieme a una marea di altri oggetti totalmente dimenticati. Ma quella iniziale pesantezza, man mano che il libro va avanti, si trasforma in liberazione. Si apprende che la gigantesca macchina per scrivere elettrica Olivetti che Barthes aveva donato a Compagnon perché egli era incapace di tener dietro ai tasti che scorrevano via come la rena fra le dita (un esempio di leggerezza?) era finita un bel giorno nel cassonetto della spazzatura, con tutto il suo enorme peso e la sua ingestibile mole.
 
 
Anche le lettere avrebbero potuto fare la stessa fine, pensa l'autore. E invece per un caso o per l'altro, sono sopravvissute e chissà se è stato un bene o un male. Certamente un bene per il completamento filologico della mostra. Il libro fila via tra i ricordi, e in teoria dovrebbe basarsi sull'evidenza delle lettere, cosa che nel corso della 170 pagine accade ben raramente. Qualche citazione qua e là, ma niente di esatto. Le lettere sono state solo uno spunto per ricordare una stagione ormai lontana. Come se comunque i ricordi non avessero un reale bisogno degli oggetti.
 
Torno ai collezionisti. Accumulano per ricordare, oltre che per colmare vuoti nell'anima. Ne ho sentite tante, di giustificazioni. L'elogio della leggerezza non è l'elogio della semplicità, tutt'altro. A certi risultati si arriva con percorsi tortuosi, dolorosi, certo ricchi di ricerca interiore. Questo non è neanche l'elogio della piccola collezione per partito preso, ma è soltanto uno spunto per riflettere sull'importanza degli oggetti che molte volte regolano e comandano le nostre vite come e più di certe persone tiranniche. Trovare un equilibrio forse è impossibile. Trovare un compromesso richiede anni.

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